La Notte di Porfirio

scritto da Lav Atanasijin
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Parabola filosofica libera sui tappeti e sui pattini della nobiltà nei giorni del nuovo tempo.
- Nota dell'autore Lav Atanasijin

Testo: La Notte di Porfirio
di Lav Atanasijin

E sotto il cielo, una corrente di cenere fluiva. . . e ogni camino della casa si ergeva come se fosse stato interamente arso. «Oh, così era tutto fin dalle nubi—che nubi non erano, . . nel du’u'olo, ma piuttosto nella pioggia. . . quella che, . . si prepara. Odora.»

Da quel confine ancora. . . della memoria strisciava la nebbia; muta, pre-muta, (all’occhio,) ampia al sempre attorcigliata (come qual serpe velenosa, agli intrepidi un balsamo. . .) , profonda. . . e gagliarda—ma tutto fino alle chiuse palizzate. . . e quando la pioggia piovigginasse come pensieri infranti, e sentimenti. . . dissolti in sentori che tardano, sparsi. . , allora su di essi la luce di questa mitica urbe starebbe in agguato, e per la diluizione striscerebbe. , ampiamente ma dismisuratamente.

. . . e per quel sentiero,—«ma essi questo no ’l sapevano»—untuoso, e pepsico ma. . . purpureo. . .

Una bambola furiosa, . . (ella lo era) — «psssht, non chiamate il dottor Sicilianese (il neuropsichiatra di cui eran soliti parlare—egli qui ormai nulla puote)» , tutta di carbone: è quello forse il capello nero, ma più nera è pure la gonna, (. . . e le membra nude, sebbene pur nondimeno dietro a tutto paresse come se calze, anzi, calzoni ella porti—ahiii, . . e tutto era ombra, e la notte intera come se fosse un sotterraneo. . . tutto cadde nell’umidità d’un pozzo) —«non all’acqua gli occhi miei, oh, non all’acqua» —una ciocca nera, una viva ghirlanda la quale. . . lo sciabordio delle gocce non fa tremare, . . ma, ma goccia a goccia, e. . . neppure tentò con il suo fiato sulla fronte di disfarle — «pensai che allora i neri, i corvi volteggerebbero sotto. . . e chi vi sarà, . . ma c-h-h-h-i sotto la pioggia li dovrà contare. . . »

E la Ford-t34, sotto gli olmi. . . e le luci: i suoi fanali erano come certuni là attraverso l’alcol, calligrafate Notti di San Silvestro, . . —accese senza fragore (ma con la pioggia esse non combattono. . .). . . (e di chi è quello lì, . . sotto la grondaia una sigaretta arde?). . . e solo qualche sordo là. . . sordo stridore, come quando un metallo profondo e preponderante contro tal metallo raschia. . . e noi tutti attendiamo il nostro tempo!
In esso, prima d'ogni altra cosa, si ergeva in tutta la sua altezza il suo pianoforte. Con esso ella sanavasi da se medesima. Poiché ella era l’ultimo rampollo di un’antica stirpe vecchia di più d’una miriade d’anni, e non le aggradava che alcuno con essa contendesse.

Aveva detto ancora nel focolare natio:
«L’ora è tarda. . .»
«Invero, sono le frittelle forse impastate di vaniglia.» (—era quella la cosa che mai ella avrebbe pronunciato.)
Dovevano ormai abbandonare quella loro casa qui, la villa edificata ancora nell’epoca della Secessione. Poiché eccedente era il numero degli alberghi sorti nei suoi paraggi, ed essi generavano un insostenibile tumulto entro il Suo mostruoso silenzio. E di pino odora, di pino odorava nella notte. . .
Partono verso colà, . . verso il loro ormai da lungo tempo dimenticato dominio, nell’immediata vicinanza di quel luogo, . . che in gran misura evoca il Père-Lachaise.

La Notte di Porfirio testo di Lav Atanasijin
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